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L'immagine di sé

L'autoritratto

(…) è un viaggio che ci comporta una qualche violenza perché è un atto violento quello che ci obbliga a penetrare e aggredire la nostra interiorità attraverso la «messa a fuoco» di ciò che costituisce o avvertiamo come la parte più vulnerabile della nostra vera o supposta identità. (…)

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foto Alberto Burrini

Ciò che ogni volto dichiara è il tentativo, la fatica di nascondersi, di dissimularsi; il bisogno di svelarsi il meno possibile, di far perdere le tracce di sé, cioè di quel che non vuole venga penetrato. Neppure dal soggetto stesso. Abbiamo sempre, in ogni circostanza, uno strano rapporto con il nostro viso; e su di esso l’autoritratto, in particolare, può aiutarci a fare luce. Mi diceva una volta un mio amico, attore importante, che uno dei giochi più «allucinanti» (e penso che la parola debba essere presa nella sua accezione più letterale) che avesse mai fatto era quello di mettersi dinanzi allo specchio e di guardarsi in volto. Il suo narcisismo ne era subito appagato: si trovava conciliato con l’immagine che aveva di sé. Poi, a poco a poco, spostava lo sguardo nei suoi occhi. Si fissava, intensamente; sempre più intensamente, sino al momento in cui avvertiva una sorta di «perdita del Sé», una sensazione assai prossima a quella dello sprofondare; era come se i suoi occhi gli aprissero una voragine che l’assorbiva, l’alienava, lo disperdeva. Con ansia e con sollievo, poi, distogliendo lo sguardo, «tornava in sé», ma aveva bisogno di qualche momento prima di «ricostituirsi», di «riconoscersi» come il soggetto-oggetto della visione che gli rimandava l’immagine.

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foto Maria Giovanna Parra

Non dubito che il nostro volto, lo sguardo del nostro sguardo, ci possa perdere (è anche questo, in fondo, il senso del mito di Narciso); e non mi stupirei se qualcuno dicesse di aver provato una sensazione analoga a quella dell’attore che fissa il proprio sguardo nello specchio, quando ha guardato nell’obiettivo da lui stesso apprestato perché lo riprendesse. E probabile che come l’attore, a un certo punto, sente il bisogno di distrarre lo sguardo, così chi si fotografa avverte la necessità di «mascherarsi». Sono portato a credere che in questi casi oscuramente avvertiamo che l’immagine è per davvero un segno che trascina o a cui va attribuito un significato; ed è quanto meno imbarazzante per ciascuno di noi pensarsi come «segno», bersaglio di un significato. Se mai la magia dell’immagine ha un peso, di certo ce l’ha quando si tratta della nostra propria immagine. La fotografia che mi ritrae è, per me, in ogni punto, il mio doppio; è me stesso, sono io stesso. E in quale modo potrò pensarmi come «segno» mentre attendo che l’autoscatto faccia l’opera sua? e non sono proprio io, con l’atteggiamento che sto assumendo, a investirmi di significato? a parlare di me tramite me stesso? L’espressione mimica, è stato detto, «è indirizzata agli altri; essa tende al contatto». Come mi esporrò, dunque? Come è possibile evitare una relazione «sbagliata» con l’altro?
Comunque cerchi di aggirare l’ostacolo, so che con l’autoritratto io mi propongo agli altri. Questo mi spinge ad acconciarmi una «maschera». Ogni studente ne assume tante e in molti modi diversi, anche se tutte dirette allo stesso scopo.
Il modo più semplice, a esempio, è quello di ricorrere allo stereotipo, il quale si impone quando, nella difficoltà di trovare la nostra espressione (quella che più consideriamo nostra), ci facciamo in certo senso «coprire» da un modello. Accade allora che io di fatto delego il modello a «rappresentarmi» nelle forme e nei contenuti che ad esso, per convenzione e «status», appartengono.

La scrittura fotografica - Una sperimentazione con Franco Fontana di educazione all'immagine - Liborio Termine - La Nuova Italia, Scandicci, Firenze

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foto Ivano Scarpini

Il mito di Narciso

La ninfa Liriope, messa incinta contro la sua volontà dal fiume Cefiso, ha appena dato alla luce un bimbo, Narciso.
Si reca dall'indovino cieco Tiresia per domandargli se suo figlio vivrà a lungo. Il veggente le risponde che avrà diritto ad una lunga vecchiaia ad una sola condizione: si se non noverit (se non conoscerà se stesso).
Ciò che accade nel mito così come lo racconta Ovidio nelle Metamorfosi, è che Narciso, divenuto giovinetto e ammirato da tutti per la sua eccezionale bellezza, un giorno passeggiando sulla riva di un ruscello, vede per la prima volta la sua immagine riflessa nell'acqua e rimane rapito a contemplarla. Poco prima di morire cercando di raggiungere la sua immagine, esclama: Iste ego sum, nec me mea fallit imago! (Questi sono io, né la mia immagine mi inganna!)
Così come l'indovino Tiresia aveva previsto, Narciso muore appena si riconosce nella sua immagine. Identificarsi con l'immagine (Iste ego sum - Questi sono io) è fatale per lui. L'immagine non è un organismo vivo, l'immagine è "la morte".
L'immagine fotografica di una persona, guardata a distanza di tempo da quando è stata scattata, non rappresenta più la persona ritratta. Quella persona non esiste più, potremmo dire che è "morta" o, forse in modo meno forte, che ha lasciato il posto alla persona attuale, vivente.

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bibliografia minima

Storia

Italo Zannier - Storia e tecnica della fotografia – Laterza

Beaumont Newhall - Storia della fotografia – Einaudi

Ando Gilardi - Wanted - Storia, tecnica e estetica della fotografia criminale, segnaletica e giudiziaria - Mazzotta

 

Linguaggio

Roland Barthes - La camera chiara - Einaudi

Liborio Termine - La scrittura fotografica - La Nuova Italia

Susan Sontag - Sulla fotografia - Einaudi

Ernst H. Gombrich, Julian Hochberg, Max Black - Arte, percezione e realtà - Einaudi

Rudolf Arnheim - Il pensiero visivo - Einaudi

Walter Benjamin - L'opera d'arte nell'epoca  della sua riproducibilità tecnica - Einaudi

Gyorgy Kepes - Il linguaggio della visione - Dedalo Libri

 

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minima photographica cura la promozione e lo studio del linguaggio della fotografia

 

la fotografia

La fotografia è l’annuncio di qualcosa di nuovo che sta arrivando, qualcosa che non si porrà più il problema di essere consacrato come artistico.
Essa si trova ad essere l’ultima delle forme di espressione dotata di corpo tangibile.
La fotografia è il primo passo per la distruzione del’oggetto artistico attraverso la moltiplicazione, la dispersione (i giornali, i libri ecc.) fino all’immagine elettronica che non ha corpo.