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Questioni di metodo

Note sulla gestione degli Archivi fotografici di proprietà di Enti pubblici

Offriamo qui alcune riflessioni maturate durante la prima fase del lavoro.

Non manca in Italia la legislazione a tutela degli Archivi fotografici. Tuttavia l’attenzione ai materiali iconografici conservati negli Uffici pubblici stenta a tradursi in concreti interventi di tutela, di preservation e di disponibilità alla fruizione del pubblico.
Quello che manca ancora è, a nostro avviso, una prassi consolidata della gestione degli Archivi fotografici, con conseguente incertezza nelle iniziative di valorizzazione.
Per comprendere queste difficoltà, e se possibile superarle, è necessario tentare di comprenderne le cause.

Quello che ai nostri occhi oggi è un patrimonio culturale, si è costituito a suo tempo con finalità differenti. In molti casi gli Archivi fotografici degli Enti pubblici nascono come strumento di documentazione, di testimonianza ulteriore rispetto a quella del documento scritto, spesso rivestono anche una funzione didattico-formativa. È questo il caso della Fototeca dell’Istituto Agronomico per l’Oltremare.

La Fototeca vede la luce all’inizio del secolo scorso, cresce e si sviluppa attraversando gli eventi che hanno reso il primo ‘900 un epoca di rivolgimenti sociali e di sviluppo tecnologico impetuoso e vede il suo declino alla fine degli anni ’60 del 900, nel momento in cui nella società civile le certezze della vecchia organizzazione sociale venivano meno, senza che nuovi valori fossero unanimemente condivisi.

La storia della Fototeca dell’Istituto Agronomico dell’Oltremare e la storia dell’Istituto stesso sono storie che s’intersecano, oseremmo dire, interdipendenti.
Certo l’Istituto sarebbe esistito senza Fototeca. Ma la scelta di documentare visivamente le proprie attività, in un’epoca, in cui (ricordiamolo) non esisteva la televisione, è una scelta che precorreva i tempi.
Tale considerazione ci spinge a immaginare uno spirito pionieristico, un “attaccamento al lavoro”, come forse si sarebbe detto allora, non comuni. La storia stessa della nascita dell’Istituto testimonia una passione, un interesse, una curiosità scientifica che avrebbero trovato difficilmente ospitalità nelle stanze della burocrazia statale dell’inizio del secolo scorso.
Questa passione, questo reale interesse scientifico, questo amore per la conoscenza, che animavano le attività dell’Istituto, hanno concorso certamente alla decisione di costituire, al proprio interno un Ufficio di documentazione fotografica. Non solo stendere relazioni a documentazione della ricerca, ma produrre prova “oggettiva” del lavoro: la sua immagine fotografica.

La nascita della tecnica di riproduzione meccanica della visione è avvenuta più di mezzo secolo prima della nascita dell’Istituto. E’ una tecnica che ha avuto modo di evolvere fino agli anni ’50, quando è stata soppiantata dalla televisione nella presunta capacità di rappresentare la verità.
Fino agli anni ’50 la fotografia (e in misura minore il cinema) è stata l’unica testimone della “verità”, e come tale aveva valore di “prova”: poteva suffragare la documentazione scritta.

L’Istituto Agronomico per l’Oltremare, che allora aveva un altro nome, era evidentemente quello che oggi si sarebbe chiamato un “centro di eccellenza della ricerca scientifica”, e non poteva non utilizzare tecnologie d’avanguardia. La Fototeca è figlia di questa tensione al nuovo e di questo amore per la conoscenza.

Queste motivazioni cominciarono a mancare, come si è detto, già negli anni ’60 ed oggi è del tutto evidente che non esistono più. Le stesse funzioni sono svolte in modo più efficace dagli strumenti tecnologici attuali.
Cosa fare dunque di questo patrimonio?
La risposta più semplice è quella di utilizzarlo in modo strumentale. Si usano le immagini in funzione “decorativa”, si organizzano esposizioni di parte di esso come scenografia di convegni, manifestazioni, iniziative attuali.

Questa risposta è povera e dannosa.
È povera perché utilizza il patrimonio iconografico solo in funzione di “tappezzeria” e ad uso di un pubblico ristretto, di addetti ai lavori. Si scelgono le immagini per il loro presunto valore estetico.
È dannosa per il patrimonio perché tende a separare le immagini più “belle” dalle serie in cui sono inserite. Ciò le priva del loro significato e fa calare sulle altre non scelte una cortina di disinteresse certamente non utile alla loro conservazione.

Ma questa risposta è dannosa anche per le immagini utilizzate perché, avendo una funzione “decorativa”, si tende a sottovalutarne la fragilità intrinseca e ad esporle in condizioni critiche. Quello che si è conservato per decenni al buio di un cassetto, protetto dal disinteresse, non scamperà a 4 o 5 “mostre”, esposto davanti a finestre luminose. (Vedi le immagini seguenti scattate in occasione della mostra sull'Eritrea, tenuta presso l'Istituto Agronomico per l'Oltremare dal 18 giugno al 25 settembre 2004)

mostra sull'Eritreamostra sull'Eritreamostra sull'EritreaAllora cosa fare di questo patrimonio?
Prima di rispondere bisogna a nostro avviso interrogarsi sulla stessa natura e sul valore che oggi esso riveste.
Dopo la scomparsa della sua funzione originaria, al Fondo rimane il valore di documento.
Scrive Jacques Le Goff: “Il documento non è merce invenduta del passato, è un prodotto della società che lo ha fabbricato secondo i rapporti delle forze che in essa detenevano il potere. Solo l’analisi del documento in quanto documento consente alla memoria collettiva di ricuperarlo e allo storico di usarlo scientificamente, cioè con piena conoscenza di causa.” (Storia e memoria - Einaudi Paperbacks 171 - 1982. - pag. 452)
In questa riflessione è indicata a nostro avviso la strada da percorrere. Catalogare e studiare in modo scientifico, per recuperare alla memoria collettiva i documenti dell’Archivio.
Naturalmente questo tipo di interventi richiedono una gestione che consenta, in tempi ragionevoli, il rientro delle risorse impegnate.
Le attuali tecnologie consentono di consultare, noleggiare, acquistare le immagini senza in alcun modo rinunciare alla tutela dell’oggetto archiviato.
Una accorta politica di diffusione della conoscenza dell’Archivio, attraverso convegni di studio, stampa di materiale editoriale e concreta possibilità di consultazione, unita alle risorse provenienti dalla cessione temporanea dei diritti di riproduzione e dalla vendita delle ristampe e del materiale editoriale, consentirebbe autonomia di gestione finanziaria, come è dimostrato dall’esistenza di Archivi fotografici privati, aperti al pubblico.
Quello che il legislatore ha previsto e consentito è ora che diventi prassi consolidata delle Amministrazioni Pubbliche nella gestione dei patrimoni culturali come beni realmente fruibili dalla collettività e come risorse economiche.

Dario Palomba

Nota di redazione
Per una analisi approfondita ed estesa della normativa riguardante la tutela dei beni fotografici, si veda “La tutela dei beni fotografici nell’ambito della nuova disciplina dei beni culturali” di Maria Francesca Bonetti dell’Istituto Nazionale per la Grafica in “Strategie per la fotografia – Incontro degli archivi fotografici” (atti del convegno omonimo) – Prato 2001 - a cura di Regione Toscana, Comune di Prato, Archivio Fotografico Toscano.
Questo contributo è stato pubblicato anche sul n° 39/40 di AFT, semestrale dell'Archivio Fotografico Toscano.


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Scarica i materiali pubblicati
a conclusione della I fase del progetto di riordino e valorizzazione della  Fototeca  dell'Istituto Agronomico per l'Oltremare di Firenze.

Il file zip (26,2 MB) contiene i seguenti documenti:

  • Leggimi (sommario e note)
  • Presentazione - un documentario per immagini (che trovi anche qui sotto)
  • Messaggio nella bottiglia - un appello per la salvaguardia della Fototeca IAO
  • la Relazione finale della I fase
  • il Progetto della II fase
 

Fototeca IAO

 

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la fotografia

La fotografia è l’annuncio di qualcosa di nuovo che sta arrivando, qualcosa che non si porrà più il problema di essere consacrato come artistico.
Essa si trova ad essere l’ultima delle forme di espressione dotata di corpo tangibile.
La fotografia è il primo passo per la distruzione del’oggetto artistico attraverso la moltiplicazione, la dispersione (i giornali, i libri ecc.) fino all’immagine elettronica che non ha corpo.