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una mostra > un fotografo

   
     

volti positivi > Silvia Amodio
Sudafrica, un viaggio per ripensare l’Aids

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    volti positivi

Dal 1° Dicembre 2007 al 6 Gennaio 2008
Istituto degli Innocenti
Salone delle Compagnie
Piazza SS. Annunziata 12
Firenze

ore 10 / 17
ingresso libero

mostra a cura di
Daniela Tartaglia
Silvia Amodio

evento a cura di
SocialDesign srl

nell’ambito del
Convegno Regionale
STOP AIDS
Keep the promise
che celebra la Giornata mondiale
per la lotta all’Aids

Regione Toscana, Azienda Sanitaria Firenze,
Società della salute - ASF, Istituto degli
Innocenti, Azienda OU Careggi, Azienda OU
Meyer

www.voltipositivi.it

   
       

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  Visitate questa mostra. Che ci vadano soprattutto i fotografi a vedere queste immagini.
  In ogni fotografia gli occhi della persona ritratta sono in primo piano. Occhi stupiti dei bambini, occhi ridenti, socchiusi, diffidenti.
  Qualcuno ha detto che gli occhi sono lo specchio dell'anima. Sivia Amodio ha fatto ritratti di anime, con le loro vite, le loro storie. Sfida difficile, padroneggiata con maestria. Ha eliminato qualsiasi distrazione dal viso: dietro la persona nulla, la macchina rigorosamente, in ogni immagine, all'altezza dello sguardo, quasi a voler oltrepassare il confine fisico, luce diffusa. Tutte le persone colte nel momento in cui si mostrano senza veli.
  Sembrerebbero obbiettive queste fotografie, si direbbe che non c'è un'interpretazione. Eppure quanta preparazione tecnica, quanta sensibilità personale, quanto rispetto dietro la macchina, dietro questa apparente semplicità.

   
       

Sieropositivi nel mondo

40 milioni
70% in Africa
5 milioni di nuove infezioni l’anno
75% in Africa
3 milioni di morti l’anno
85% in Africa
25 milioni di morti dall’inizio dell’epidemia
80 % in Africa
12 milioni di orfani dall’inizio dell’epidemia
79% in Africa

9 bambini sieropositivi su 10 vivono in Africa

   Ho lavorato un mese e mezzo in un’area circoscritta, nei sobborghi-dormitorio di Città del Capo e le informazioni che ho raccolto non hanno la presunzione di rappresentare la complessità di questo problema, tuttavia credo di aver fatto un lavoro onesto. Ho cercato, per quanto sia possibile ad una persona bianca, di entrare nelle comunità in punta di piedi per ascoltare le persone, le loro storie, assecondando i loro ritmi.
   All’inizio è stato difficile perché non avevo appoggi che mi facilitassero il lavoro e non volevo filtri o contatti ufficiali che potessero in qualche modo mantenere le distanze dalla gente.

volti positivi
       

   Ben  presto  mi  sono  resa  conto del ruolo

         
       

fondamentale che hanno le chiese per le persone sieropositive nelle township ed è proprio intorno alle chiese che ho svolto molto del mio lavoro. Un giorno alla settimana le persone sieropositive si ritrovano nella chiesa di appartenenza, anglicana, cattolica, protestante, per condividere l’esperienza con altri, per parlare con operatori esperti - in quelle più organizzate - o anche solo per passare del tempo in compagnia. Purtroppo il tempo non è un problema, visto che il tasso di impiego è bassissimo, molte persone non hanno nulla da fare tutto il giorno…Gli uomini, in particolare, siedono ai bordi delle strade principali in attesa che qualcuno li carichi per lavori giornalieri. Spesso aspettano invano, altre volte ricevono a fine giornata compensi irrisori.

   
             

   Pian  piano  ho  conquistato  la loro fiducia e

   
    volti positivi

raccolto molte testimonianze, alcune delle quali particolarmente toccanti. Il problema dello stigma per i malati di Aids è molto forte ed è una delle ragioni che contribuisce a diffondere l’epidemia. E’ meglio evitare di fare il test e non sapere di essere sieropositivi piuttosto che venire etichettati ed essere cacciati dalla comunità. Mi è stato raccontato di una bambina di dieci anni che ogni mattina, prima di andare a scuola, si doveva prendere cura della sorellina più piccola e della madre malata, la quale per proteggere le figlie aveva raccomandato loro di non farne parola con i vicini. Così ogni mattina preparava il porridge, aspettava un cenno di saluto e poi andava a scuola. Per alcuni giorni la bimba ha continuato a dar da mangiare alla madre, nonostante non deglutisse nulla. Sì è scoperto solo successivamente che la donna era morta ma che la bambina, ignara di quello che fosse successo, aveva continuato a custodire il segreto e a prendersi cura come poteva della mamma.
   L’ignoranza e le credenze popolari creano un terreno fertile su cui l’epidemia si diffonde. Un mito aberrante sostiene che avere rapporti con una vergine renda immuni dal virus e l’unico modo per assicurarsi l’illibatezza è quella di abbassare l’età delle vittime. Sono stati registrati stupri a danno di bambine di due settimane.

   
             

   Gli abusi sessuali  sono all’ordine del giorno,

   
       

pare uno ogni 26 secondi.
   Appena raggiunto il periodo fertile le madri si assicurano di dare la pillola alle figlie così, quando verranno stuprate, potranno almeno evitare gravidanze indesiderate, QUANDO non SE…
   Non c’è famiglia che non abbia pianto un morto a causa dell’Aids eppure il governo sembra ignorare la realtà o peggio ancora negarla. L’ex vicepresidente sudafricano Jacob Zuma accusato di stupro ai danni di una sieropositiva ha detto pubblicamente che, per proteggersi dal virus, dopo un rapporto non protetto basta farsi una doccia, mentre il ministro della sanità Manto Tshabalala-Msimang soprannominata “barbabietola” suggerisce aglio, cipolla, limone, olio d’oliva e intrugli vari per curare la malattia, incoraggiando così l’operato dei sangoma, gli stregoni locali, a discapito dell’uso dei farmaci antiretrovirali.
   Nel 1998, durante la giornata mondiale dell’Aids, sono stati distribuiti migliaia di preservativi, con le istruzioni spillate sopra… Com’è logico pensare sono stati resi inutilizzabili e peggio ancora, a causa della graffetta, anche portatori di nuove malattie infettive... Dunque, secondo molti è il preservativo stesso - invenzione occidentale - che porta il virus.

   
       

   Ed è proprio su queste premesse, anche se
scoraggianti, che ho voluto lavorare e ritrarre le persone.
   Non   mi   piace   l’idea   di   scattare   una fotografia senza chiedere il permesso, penso che sia un gesto invadente. Per questa ragione mi sono organizzata, in modo che le persone fossero libere di farsi fotografare solo se lo desideravano. Portavo con me un semplice telo bianco che all’occorrenza attaccavo sul muro di una chiesa o di una baracca con del nastro adesivo. In questo modo i soggetti sono stati simbolicamente estrapolati dal loro contesto di miseria e ricollocati in una dimensione che potesse esaltarne tutta la loro forza e dignità. Volevo riservare loro tutta l’attenzione che si riserva a una persona quando la si ritrae in maniera “ufficiale” in un’occasione importante. Non si capisce se una persona è ricca o povera e neanche il periodo in cui le fotografie sono state scattate; 10, 20, 30 anni fa? Non ha importanza, l‘individuo va rispettato indipendentemente dal periodo in cui ha vissuto, dalle origini che ha e da dove vive.
   Molti di loro sono malati, altri non lo sono e altri ancora, probabilmente, non sanno di esserlo. Nella mostra intenzionalmente non ho voluto indicare i malati, per non cadere nel tranello dell’etichettamento e per ricordare che i malati possono essere fra di noi.

volti positivi
           Chiunque       può       essere      portatore          
       

inconsapevole dell’infezione, il virus è subdolo, non si vede e per molti anni non si manifesta. Eppure i volti che ho fotografato sono volti positivi e pieni di speranza, un aspetto della tragedia che volevo testimoniare con il mio lavoro.
   Dare una corretta informazione e garantire le cure antiretrovirali a chi ne ha bisogno significa proprio questo: speranza.

   
       

Silvia Amodio

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    volti positivi

  Silvia Amodio è una fotografa "di razza". Lo avevo intuito già alcuni anni fa quando vidi per la prima volta i suoi straordinari ritratti di animali e me lo hanno riconfermato, in tempi più recenti, le immagini dei suoi volti d'Africa.
  Ricordo che allora pensai: se è riuscita a concentrare in un'unica immagine, secca ed essenziale, quello che pensa di una papera o di una zebra figurarsi se può rifuggire dal confronto con l'essere umano. Prima o poi ci arriverà.
  E difatti, alcuni anni dopo il nostro primo incontro, il caso e le vicende della vita l'hanno portata a raccontare la tragedia del popolo sudafricano, uno dei più colpiti dal virus dell'HIV.
  In viaggio in Sudafrica per completare un reportage sugli animali si imbatte casualmente in un campo profughi. Il coinvolgimento con quella realtà è talmente forte e totale da farle dimenticare gli impegni che l'attendono in Italia. Rimane in quel campo più di un mese, divorata da una febbre che la spinge a raccontare in un unico fotogramma quello che pensa del soggetto e anche di sé, del suo rapporto con la malattia e con la morte.
  E' l'inizio di un progetto politico che, grazie all'incontro successivo con la scrittrice sudafricana Sindiwe Magona, si rafforza nel tempo spingendola a tornare a Città del Capo per   raccontare,   attraverso   le   immagini,  il

   
dramma di un popolo.
       

  Il risultato è un' emozionante serie di ritratti, realizzati anche grazie alla collaborazione della Regione Toscana e dell'Azienda Sanitaria Firenze. Con estrema lungimiranza entrambe le istituzioni hanno intravisto nel lavoro di Silvia Amodio una possibilità per riportare l'attenzione della gente su una tematica così complessa.
  L'evento espositivo si qualifica anche per le caratteristiche evocative del progetto di allestimento, orchestrato per trasportare gli spettatori nell'universo interiore dell'artista, il cui obiettivo primario non era quello di riproporre una mera documentazione della realtà sudafricana ma di creare un momento di riflessione.

   
       

  La potenza e coerenza del linguaggio visivo utilizzato da Silvia Amodio è tale da costringere il nostro sguardo a fermarsi, a riflettere, ad andare dentro all'immagine.
  Lentamente, ma con forza, i suoi ritratti fluiscono dentro di noi e si radicano. Persistono, raffiorano, talvolta consolano.
  Si percepisce, dietro l'obiettivo, la forza straordinaria che muove questa donna minuta ma dotata di grande personalità.
  Non scatta a raffica - Silvia - né tenta ammiccamenti al reportage o alla costruzione narrativa interna all'immagine.
  Il suo modo di fotografare si inserisce nella tradizione classica, a metà strada fra la visione etnografica dei ritrattisti ottocenteschi e gli intenti classificatori della fotografia istituzionale.
  Scatta in medio formato per esaltare le qualità formali della materia, in uno stupendo bianco e nero che contribuisce, insieme alla luce, ad assolutizzare i suoi personaggi e a renderli delle icone.
  Nei suoi ritratti, a sfondo bianco, le qualità materiche della superficie rivestono una grande importanza poiché sono di fatto le uniche chiavi di accesso per individuare lo stato sociale e culturale del soggetto.
  A prima vista, questa impostazione formale nella   costruzione   dell'immagine,  potrebbe ricordare  i  ritratti  realizzati negli anni '60 da

volti positivi
Richard Avedon,  noto ritrattista e fotografo di
       

moda americano, recentemente scomparso. In realtà le differenze tra i due autori sono molto più profonde e non riguardano meramente la sfera del sensibile bensì il diverso rapporto stabilito con l'”altro”.
  I soggetti che abitano le fotografie di Avedon sono spesso congelati in pose di estraniante isolamento e desolazione poiché è un'umanità dolorosa quella che mette in scena la propria commedia umana. Un'umanità spesso colta e benestante che assume consapevolmente sulle proprie spalle il peso del mondo e della propria interiorità “disturbata”.
  Nei ritratti di Silvia Amodio aleggia invece un'altra atmosfera. Il suo modo di porsi nei confronti del soggetto ritratto racconta una grande empatia e familiarità, il fascino potente che queste persone esercitano su di lei. Si avverte una grande energia e la capacità di cercare intensità e consapevolezza di una posa attraverso pochi scatti essenziali.

   
    volti positivi

  Si avverte, soprattutto, la grande capacità della fotografa di cogliere l'identità immaginaria, l'espressione della verità di un volto, la sua “aria”. Quell'attributo - più morale che intellettuale - che si trasmette dal corpo all'anima e che solo i grandi ritrattisti riescono a cogliere.
  “Se per mancanza di talento o per disavventura – scriveva Roland Barthes ne La Camera chiara, il suo ultimo saggio – il fotografo non sa dare all'anima trasparente la sua ombra chiara, il soggetto muore per sempre.”
  L'analisi dei provini ci dice molto della capacità di un fotografo di cogliere la sintesi. E i provini di Silvia Amodio raccontano di un notevolissimo senso della composizione, di una straordinaria capacità di tenere insieme dettagli e contenuti.
  L'intensità dello sguardo del soggetto, rigorosamente in macchina, non viene mai sacrificata per ricercare un equilibrio formale o un accorgimento grafico. Con un colpo d'occhio unitario l'artista riesce a tenere insieme questi molteplici aspetti e a incatenare il nostro sguardo ai suoi splendidi ritratti.
  I suoi soggetti - donne, anziani, uomini, bambini colpiti dal virus HIV - appaiono straordinariamente positivi come sottolinea il titolo del progetto che,  pur alludendo alla loro malattia,  vuole di fatto riconfermare un modo

   
diverso  di  essere  e di  affrontare  la malattia
       

nelle popolazioni colpite dal sottosviluppo.
  Attraverso la scelta di decontestualizzare i suoi personaggi utilizzando sfondo bianco e illuminazione diffusa, Silvia Amodio ha voluto trasformarli in icone, ha voluto fermare le loro difficili vite e dare loro dignità.
  Evitando di mostrarci i malati terminali ha voluto soprattutto insinuare un dubbio ed una speranza insieme.
  Belli, sorridenti, rilassati. E' possibile -ci siamo sicuramente chiesti- che siano malati? E' possibile che posino davanti all'obiettivo così facilmente, senza mettere in posa la tragedia della loro condizione, della loro malattia ?
  Si, è possibile per chi non si aspetta nulla dal futuro e gioisce di piccole cose, per chi non conosce le cosiddette malattie etniche del capitalismo - anoressia e ipocondria in testa - e per di più crede ancora al potere demiurgico della fotografia di "sconfiggere" l'Oblio, di congelare il tempo e consegnare alla Storia una traccia della propria esistenza.
  Non a caso la scrittrice Sindiwe Magona, con versi strazianti, esorta le persone a scattare fotografie, a testimoniare e a mantenere viva la memoria storica di un genocidio organizzato:

(...)Fotografate i figli
       fotografateli mentre giocano
       fotografateli mentre piangono
       fotografateli mentre leggono il libro preferito
       o fanno le loro faccende.
       Ma fate presto, prima che sia troppo tardi.
(...)

     (Sindiwe Magona, “Please, Take photographs”)

Daniela Tartaglia

www.voltipositivi.it

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